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LA RIVOLUZIONE FIRMATA DAL PAPA

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LA RIVOLUZIONE FIRMATA DAL PAPA

Entrevista de Alver Metalli a Alberto Methol Ferré, publicada en el semanario italiano “Il Sabato”, 17-23 de octubre, 1981.

L’insegnamento sociale della Chiesa in un colloquio con Alberto Methol Ferré

Secondo il filosofo uruguayano, che èstato tra igrandi artefici di Puebla, la “Laborem exercens” corona una grande svolta operaia. Quella che dalla Polonia si allargherà ovunque. Con un’ importanza pari a quella del ’17 di Lenin.

Novant’anni fa, con la “Rerum Novarum” si apriva l’epoca della dottrina sociale della Chiesa. Qualcuno la vorrebbe frutto di un impegno legato indissolubilmente ad una certa età storica, finita la quale – “tramontate tutte le ideologie”, si dice – non è più il caso di riproporla, di riparlarne. Anzi riparlarne, magari sì, ma più con l’attitudine degli storici o degli archeologi che con il desiderio di farne propia l’intenzione profonda. Per fortuna, ancora un’ enciclica, la “Laborem exercens” di Giovanni Paolo II, è venuta a sconfessare i seppellitori della dottrina sociale; la quale, viene in pratica a dire l’enciclica, non è ideologia, non raccoglie un corpo di precetti destinati a sfarinarsi col passare degli anni: la dottrina sociale è piuttosto il modo di guardare l’uomo lavoratore, l’uomo nella società. Il fornire un contributo all’edicazione della città terrena infatti è una parte essenziale della missione della Chiesa. Il cristianesimo ha un’antropologia sua, una visione sull’uomo e sul mondo, e per sua stessa natura la Chiesa non può fare e meno di occuparsi della fatica e del dolore dell’essere in società, del desiderio di giustizia. La Chiesa, insomma, è, vive, per l’utilità dell’uomo.

Alberto Methol Ferré, commentando la “Laborem excersen”, ci introduce genialmente nel vivo del dibattito.

Fu per la prima volta a Puebla nel ’78, nel cuore di un continente esplosivo e traboccante di contraddizioni, che Giovanni Paolo II riaffermò la validità dei principi e degli orientamenti fondamentali dell’insegnamento sociale della Chiesa. A Puebla Alberto Methol Ferré c’era e con altri laici latinoamericani si adoperò fino allo spasimo perché la grande conferenza dell’episcopato avesse l’esito storico che poi ebbe, un esito contrastato e niente affatto scontato.

Metol Ferré è un intellettuale uruguayano. La sorte lo ha fatto nascere in quel pezzo di terra schiacciato tra l’immenso Brasile e l’Argentina che si chiama Uruguay, poco più di tre millioni di abitanti mescolati assieme dalle imponenti migrazioni spagnole ed italiane della fine dell’Ottocento e degli inizi del Novecento. Ma preferisce considerarsi rioplatense, e più ancora latinoamericano, “perché – sono parole sue – l’America Latina non si capisce se non a partire dalla sua unità spirituale, che prima della balcanizzazione che subi all’epoca dell’indipendenza, fu anche unità territoriale”.

Dai giorni del colpo di stato in Uruguay Methol Ferré gira ininterrottamente tutto il continente per tenere corsi, conferenze, seminari (fa parte dell’equipe teologico-pastorale del Celam), e per tessere i rapporti di una nuova intellettualità, attiva e organica allo straordinario tempo della Chiesa, anche in America Latina.

“Il Sabato”: Il Papa ha scelto la ricorrenza del novantesimo aniversario della “Rerum Novarum” per far conoscere la “Laborem Exercens”. Ha voluto così sottolineare il magistero sociale del suo illustre predecessore e “riassumerlo” in termini nuovi, adeguati al diverso momento storico. Come latinoamericano cosa trova di superato e cosa di attuale nella “Rerum Novarum”?

Methol Ferré: Sono superate alcune formulazioni e alcuni sviluppi, ma non il senso dell’insegnamento sociale. Per esempio quando uscì la “Rerum Novarum” la maggioranza del movimento operaio militante e sindicale era ostile alla Chiesa. C’erano certamente dei settori cristiani, ma erano minoritari, nella pratica e intellettualmente. Neppure bisogna dimenticare che il mondo operaio europeo era un mondo determinato dall’industria ma maggioritariamente contadino. Tutto questo leggendo la “Rerum Novarum” lo si capisce, lo si nota; ma si nota anche la precisa consapevolezza della Chiesa di “conoscere” l’uomo ad un livello di profondità ineguagliabile e quindi di poterlo ben orientare nella ricerca di un giusto ordine della realtà terrena. La “Laborem Exercens”, che ha questo stesso punto di partenza, segna però una nuova tappa dell’insegnamento sociale della Chiesa.

IS: Dove vede gli aspetti di novità?

MF: Ritengo che sia impossibile la lettura e la comprensione di un testo come l’Enciclica di Giovanni Paolo II al di fuori di una più ampia riflessione sul suo contesto storico. In questo senso una lettura tecnica o accademica di questa storica Enciclica condanna inevitabilmente all’errore e alla distorsione, toglie all’Enciclica tutta la sua vitalità. Tanto più che il contesto fondamentale dell’Enciclica è quello operaio, non quello dei circoli intellettuali.

IS: Cosa significa leggere l’Enciclica nel suo contesto?

MF: Capire, per esempio, che stiamo tutti vivendo un momento di importanza storica singolare, una fase della storia segnata da quella che chiamerei la quarta rivoluzione operaia significativa, la rivoluzione del sindacalismo polacco appunto, che ha posto in movimento e dirige la totalità del popolo polacco.

IS: Mi sembra di capire che nel suo discorso la singolarità della vicenda polacca, che rappresenta anche il contesto indispensabile per capire la “Laborem Exercens”, appaia più chiaramente mettendola a confronto ed in rapporto con altri momenti del protagonismo operaio.

MF: È appunto la mia convinzione. E vorrei portare qualche ragione, seppur brevemente. La vasta storia del movimento operaio prende avvio dalla rivoluzione industriale; prima di allora c’è classe lavoratrice ma non operaia nel senso stretto del termine, cioè di un insieme di uomini che “entrano a far parte del mondo della fabbrica”. La prima irruzione della classe operaia nella storia si ha nella rivoluzione del 1848 a Parigi; in altri Paesi la classe operaia era virtualmente inesistente. Questa fu appunto la prima apparizione storica della classe operaia, in cui si concentrarono venti anni di riflesioni in Francia e le dinamiche di diverse correnti socialiste; penso per esempio alle figure di Victor Considerant, di Lerroux, di Proudhon, di Louis Blanc e tanti altri. Voglio segnalare Philippe Buchez, che fa parte del primo socialismo cattolico. O meglio, Buchez capeggia una corrente di orientamento cattolico che nelle celebri giornate del 1848 assumerà un ruolo importante assieme ad altri settori del socialismo di quegli anni. È Buchez che crea e dirige il primo grande organo della classe operaia, “L’Atelier”, sostenuto sin dal 1840 da operai “bucheziani”.

IS: Perché ha citato proprio Phillipe Buchez?

MF: Per far notare che nel 1948 a Parigi coesistono ed operano diverse tendenze socialiste, ed alcune, senza dubio, di matrice cattolica. Questo fatto non si ripeterà sino ai nostri giorni. Nel ’48 confluiscono correnti socialiste che nascono e si svilupperanno venti anni prima, attorno al 1830. Ma non si può affermare che nel ’48 vi sia l’egemonia di una di esse rispetto alle altre.

IS: L’influenza di Buchez, ma anche di altre figure del socialismo cattolico dell’ ottocento, si affievolisce fino quasi a sparire nei decenni successivi. Perché?

MF: La risposta sarebbe molto complessa; non è estranea l’influenza nefasta che ha avuto in quel tempo la “questione romana” in molti degli atteggiamenti della Chiesa. Fatto sta che prevalse una línea anticlericale ed anticattolica nella dirigenza militante operaia. Infatti la seconda grande irruzione della classe operaia è quella del 1870 con la Comune di Parigi, contemporanea alla Prima Internazionale. Enuncio semplicemente la data, senza altri particolari, ma vorrei far notare che il settore principale e più influente che dà impulso alla Comune di Parigi è quello anarchico ispirato da Proudhon. Gli avvenimenti del ’70 manifestano come mai nel passato il fossato che si va aprendo tra la Chiesa ed il mondo operaio. Nella militanza operaia si approfondisce da questo momento un atteggiamento anticlericale e persino antireligioso. Il punto importante è capire che gli eventi del 1870 assumono già un significato storico molto diverso da quelli di venti anni prima, del 1848.

La terza grande irruzione della classe operaia nella storia porta il nome di rivoluzione russa, ha i suoi preliminari in San Pietroburgo agli inizi del Novecento ed il suo apogeo nell’ottobre del 1917. Questa irruzione è guidata dal marxismo che ha poi via via egemonizzato il camino della classe operaia nel mondo europeo. La vittoria della rivoluzione russa segna anche la definitiva vittoria del marxismo di Lenin sulle altre tendenze del movimento operaio. Nella rivoluzione russa per esempio gli anarchici non ebbero neppure lontanamente il ruolo di protagonisti avuto nel 1870, anche se espressero una qualche partecipazione ad alcuni momenti importanti. Tutti i moti successivi alla rivoluzione del 1848 non faranno altro che evidenziare la marginalizzazione di alcune tendenze ed il predominio di altre; mai però in modo lampante e definitivo. L’ anarchismo del ’70 non termina automáticamente nel ’17 russo, bensi nella guerra civile spagnola del ’36-39. Dal ’17 ad oggi non si è più avuta nessuna rivoluzione operaia, o dove la classe operaia sia stata alla testa del più vasto insieme sociale di una nazione.

IS: La interrompo per chiederle dove coloca allora, in questo suo schema, i movimenti che si producono nel dopoguerra e che vedono la formazione di stati socialisti in tutti i paesi dell’ Est europeo?

MF: Lo schema che ho tracciato, consente di affermare che tra la rivoluzione russa e gli avvenimenti successivi ci sono delle differenze essenziali. Dal 1945 al 1948 nell’Europa orientale i partiti comunisti, minoritari, assumono il potere grazie al sostegno determinante dell’ Armata Rossa e non in forza di una rivoluzione operaia. L’ unica eccezione potrebbe essere la Jugoslavia di Tito. Mi pare comunque che anche nel caso della Jugoslavia non si possa parlare di rivoluzione operaria bensi di una lotta per l’indipendenza nazionale combattuta da partigiani e guidata da una leadership marxista in armi in un mondo prevalentemente rurale e contadino.

IS: Nel 1949, con la “lunga marcia”, avviene anche la grande rivoluzione cinese…

MF: Si, ma nella rivoluzione cinese appare con ancor più chiarezza che la forza protagonista decisiva non è la classe operaia. Quella cinese è una rivoluzione contadina guidata da intellettuali marxisti e da un partito comunista, non una rivoluzione della classe operaia.

IS: Avviciniamoci ai fatti polacchi, che secondo il suo schema rappresentano la quarta rivoluzione operaia nella storia, e la prima dopo la rivoluzione di ottobre del ’17. Cosa distingue questa ultima rivoluzione dalle precedenti?

MF: Innazitutto è una rivoluzione iniziata direttamente dalla classe operaia e dal suo sindicato, che dalla base inventa e produce la sua propia dirigenza in funzione degli avvenimenti che si stanno producendo. È un fatto notevolissimo che la classe operaia polacca abbia posto in primo piano, davanti a sé, una leadership quasi totalmente di estrazione operaia. E sebbene è certo che gli intelletuali hanno sostenuto ed apoggiato questo processo, in nessun modo lo hanno egemonizzato e lo hanno diretto. Essi sono stati una forza di sostegno molto importante ma non hanno avuto un ruolo di protagonista.

Si tratta di un fatto di incalcolabile portata, la rottura più profonda che si sia mai prodotta fino ad oggi all’interno di un regime marxista-leninista. È il proletariado stesso che rifiuta il partito marxista-leninista come il representante diretto dei suoi interessi universali.

Ovviamente i russi dicono che il sindacalismo e il movimento operaio di “Solidarietà” sta ponendo in pericolo il socialismo. Cosa assurda; non sta mettendo in pericolo il socialismo, sta facendo vacillare i concetti marxisti-leninisti, che non sono la stessa cosa del socialismo.

Se tratta di un punto di cui è persino difficiel calcolare la portata ma che è assolutamente decisivo. Una classe operaia che da più di 40 anni vive in un regime marxista sta oggi producendo una rivoluzione partendo dai cantieri Lenin: sembrerebbe che la storia, o meglio l’ ironia della storia, ami i simboli.

IS: Jean Lacroix, un intellettuale cattolico francese scriveva in una sua opera che il marxismo era la “filosofía inmanente del proletariato”. Mi pare che molti cattolici lo abbiano creduto e lo abbiano continuato a credere, o comunque, anche non credendolo, si siano comportati come se lo credessero. Ora, noi vediamo che la classe operaia polacca è cristiana e rivoluzionaria…

MF: Infatti questo, insieme alla natura operaia della rivoluzione polacca, è l’ altro impresionante aspetto che rompe tutti gli schemi storici di interpretazione. Direi che dà scacco matto a tutte le raffigurazioni consolidate, tanto di derivazione cattolica, quanto marxista e liberale. Quella polacca è infatti la prima rivoluzione operaia che appare sostenuta spiritualmente dalla Chiesa e dalla fede cristiana. Cosa che non succedeva dalla Comune di Parigi. Da allora nessun grande avvenimento operaio è stato intimamente e vitalmente legato alla presenza della Chiesa. In una forma di straordinaria maturità: si noti che i parroci ed il clero non sono direttamente implicati in “Solidarietà”, non rappresentano i quadri di questo movimento. Che è laico nel senso più pieno della parola.

Si colma così il fossato che Papa Pio XI aveva indicato dicendo che il dramma della Chiesa era quello di aver perso, nel secolo XIX, la classe operaia.

Oggi, improvvisamente, la classe operaia polacca sostenuta spiritualmente dalla Chiesa ci pone in una situazione “postmarxista”. È una cosa totalmente diversa che dei rivoluzionari come Leon Trotzkij o come Duilas abbiano fatto la critica o l’ autocritica della rivoluzione marxista. Appartenevano a circoli intelletuali minoritari senza una decisiva risonanza nella classe operaia. Oggi in Polonia non sono gli intelletuali ma un’ intera classe operaia che distrugge gli estereotipi fin qui dominanti.

IS: Perchè ha detto che le vicende polacche danno scacco matto anche a molte raffigurazioni di derivazione cattolica?

MF: Penso sopratutto ai cosiddetti cattolici progressisti o ai cristiani per il socialismo. Per il tipo di rapporto che hanno teorizzato con la classe operaia e con le culture egemoniche nella classe operaia, essi vengono paradossalmente collocati oggi alla retroguardia della storia dal succedersi degli stessi avvenimenti polacchi. Per questo conosco ambienti di questo tipo che sono pieni di irritazione contro le vicende che accadono in Polonia. La Polonia li pone radicalmente in discussione… e questo non lo sopportano.

IS: In questa intervista lei è partito affermando che non si può capire l’ Enciclica del Papa, la “Laborem Exercens”, senza riflettere nello stesso tempo sul suo contesto storico naturale che è quello polacco. Tuttavia mi pare che questa sua affermazione si presti a degli equivoci. Per essempio c’ è una grossa línea di attacco a questo Pontificato, forse la più grossa, alimentata tanto da intellettuali italiani che latinoamericani, che insiste sulla “matrice polacca” del Pontificatodi Giovanni Paolo II. Secondo lei c’ è opposizione tra la situazione particolare entro cui il Papa si è formato e l’ universalità del magistero che è stato chiamato ad esecitare?

MF: Questa obiezione nasce da una concezione astratta di universalità: mentre l’ universalità è sempre concreta, perché l’ universale vive realmente solo nel particolare e ci sono momenti in cui determinate particolarità si caricano di universalità e diventano esemplari per il resto delle particolarità. Questo è il solo modo con cui l’ univesale si incarna nella storia. L’ universale astratto esiste solamente nella mente degli intellettuali sradicati, non in quella degli intellettuali radicati nella vita del loro popolo.

IS: Cosa vuol dire che gli avvenimenti polacchi dischiudono una fase “post-marxista”?

MF: Mi sembra che si chiuda il secolo in cui la classe operaia, per essere rivoluzionaria, debba abbandonare la Chiesa. Per un secolo si è sostenuto che una classe operaia religiosa non poteva essere rivoluzionaria. La classe operaia polacca dimostra di essere rivoluzionaria in quanto è anche religiosa. Ripeto che è questo un avvenimento che introduce una novità insolita che distrugge tutti gli schemi idiosincratici comuni; per le categorie marxiste è irriducibile ed imprevedibile il fatto che dai cantieri Lenin possa sorgere una classe operaia religiosa e socialista allo stesso tempo. È stato un vero assalto alle bassi della razionalità del vecchio ordine teorico che si è imposto con la rivoluzione d’ Ottobre. La storia distrugge la presunta razionalità marxista della storia, ne dimostra l’ ingiustizia e le contraddizioni.

IS: Il contesto da cui si osservano i fatti, in questo caso i fatti di Polonia e l’ Enciclica di Giovani Paolo II sul lavoro, non è affatto indiferente per poterli capire (o non capire). Lei è latinoamericano. Significa qualcosa?

MF: Complessivamente, la classe operaia in America Latina è atomizzata ed in nessum paese ha un ruolo fondamentale. Si avvia a compierlo, ad esempio in Brasile, ma ancora non l’ ha. L’ unico Paese in cui la classe operaia ha avuto un ruolo decisivo è stato l’ Argentina a partire dall´ottobre del ’45, quando salì al potere il colonnello Perón. Fu la prima irruzione importante della classe operaia nella storia dell’ America Latina. Io, come rioplatense – perché l’ Uruguay è un paese molto legato all’ Argentina – ho vissuto la mia adolescenza política in quegli anni e questo mi ha preparato e mi è oggi di aiuto nel comprendere la singolarità del proceso polacco.

IS: Secondo lei dunque l’ Argentina è il Paese che in America Latina è più dotato di criteri storici, più connaturale, e quindi più culturalmente attrezzato per comprendere le vicende polacche?

MF: E’ il piùfavorito anche perché la classe operaia argentina che fu protagonista delle giornate di ottobre del ’45 è una classe operaia massicciamente cristiana. Questo mi ha permesso di non adattarmi con facilità, non dico al marxismo, ma agli schemi progressisti dipendenti dal marxismo. In altri Paesi, dove la classe operaia latinoamericana non ha avuto un ruolo centrale decisivo, gli intelletuali cattolici hanno facilmente accettato gli schemi egemonici del marxismo. La frase di Jean Lacroix che lei ha citato pocanzi è eloquente. Lacroix fece parte del grupo di “Esprit” con Mounier e fu rappresentativo di una vasta area di intellettuali a cui molti, anche in America Latina, si sono richiamati. Lacroix è l’ archetipo del filosofo che vuole servire la classe operaia con le migliori intenzioni, ma che acetta l’ egemonia marxista sulla classe operaia, che si era consumata realmente, e non poteva che parlare come un “intellettuale sconfitto”. Ma se il marxismo fosse la filosofia immanente al proletariado gli avvenimenti polacchi si sarebbero dovuti svolgere esattamente all’ oposto di come si sono svolti. Mi pare che il cosiddetto progressismo cattolico, soprattutto negli ultimi 15-20 anni, nel suo affanno di incorporarsi alla lotta di liberazione delle masse e della classe lavoratrice, si sia mosso lungo l’ errore di Jean Lacroix. Oggi, a pochi anni di distanza, un fatto prima ancora che una teoria, documenta che questa opzione non serve più per comprendere la processualità della storia contemporánea.

IS: Torniamo all’ Enciclica “Laborem Exercens”. Che accoglienza ha avuto in America Latina?

MF: Mi pare che ciò che contraddistingue l’ atteggiamento principale davanti all’ Enciclica e agli avvenimenti polacchi sia lo sconcerto. Nessuno dispone di schemi intelletuali sufficienti per un giudizio rapido, direi istintivo. C’ è perplessità. E se non si comprendono i fatti polacchi non si comprende neppure l’ Enciclica. Papa Woityla ha scritto poesie sul lavoro che oggi in Polonia hanno una grande popolarità. E questo poeta del lavoro, cantato dai lavoratori e trasmesso dalla radio e dalla televisione del governo polacco il I° maggio scorso è l’ autore dell’ Enciclica “Laborem Exercens”. Questo modifica sostanzialmente la situazione storica che ha visto la nascita della “Rerum Novarum” di Leone XIII, scritta nel momento in cui il marxismo e l’ anarchismo egemonizzavano il mondo operaio. Lo stesso Papa Pecci era un uomo che proveniva del patriziato rurale italiano e l’ impronta che si percepisce maggiormente nell’ Enciclica è il suo amore alla vita contadina. Quest’ ultima Enciclica invece è scritta dalla mano di un Papa dorigine umile, che è stato minatore, che è vissuto in ambiente operaio. Mi sembra che il ricorrere della parola “solidarietà”, il ricorrere di altre parole che hanno una larga tradizione nella storia della classe operaia non sia affatto casuale. “Solidarietà” ha radici nel movimento della classe operaia; è una parola carica di riferimenti storici; è una parola che ha connotazioni libertarie, anarchiste. Ma ha anche riscontri nella tradizione cattolica.

IS: Qual è il filone cattolico a cui si lega la parola “solidarietà”?

MF: Per esempio al filone cattolico che ho già nominato di Philippe Buchez, fautore di un socialismo che oggi definiremmo autogestionario. Buchez parlava delle “Associazioni operaie di produzione”, e nel fondo riteneva che la classe operaia fosse originariamente autogestionaria, come fu autogestionaria l’ esperienza dei “Soviet”. Non a caso il marxismo leninismo è stato storicamente il liquidatore di tutti i “Soviet”. Mi pare dunque che la parola solidarietà raccolga una vasta tradizione libertaria della classe operaia e questo segnala che la vecchia rottura antireligiosa della classe operaia è superata da una nuova sintesi. 

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ALBERTO METHOL FERRÉ

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